|
Pazzi di cinema, un documentario
che ha per protagonisti cinque proiezionisti di Bologna che
hanno cominciato a lavorare quando il cinema era ancora muto,
è stato realizzato da Alfredo Cau nel 1999.
Com’è nata l’idea di un lavoro
sui proiezionisti?
 |
Nella
foto Elio Cavazza, uno dei proiezionisti "storici"
intervistati da Alfredo Cau. |
L’idea è arrivata in maniera quasi naturale
essendo io stesso un proiezionista. Lavorando nelle sale si
è spesso “visitati” da esseri alquanto
straordinari, fra i quali ci sono sicuramente i vecchi proiezionisti.
Vedere queste persone che tornavano sul luogo di lavoro, costantemente
dopo tanti anni, m’incuriosiva fortemente. Voglio dire,
uno lavora in banca per una vita, poi non è che ogni
giorno, dopo la pensione ritorna sul luogo di lavoro.
Di proiezionisti che invece “tornavano” ne ho
conosciuto diversi.
Come hai proceduto per la realizzazione del lavoro?
 |
Armando
Macchiavelli, altro proiezionista "storico"
di Bologna.. |
All’inizio mi affascinava moltissimo l’aspetto
tecnico del lavoro della proiezione, ma rischiavo di fare
la storia delle macchine di proiezione cinematografica, e
di tralasciare l’aspetto umano che secondo me deve sempre
prevalere.
Una cosa che mi ha aiutato tantissimo è stata sicuramente
la forte passione per il cinema dei protagonisti, tanto che
secondo me la chiave di lettura era proprio il sentirsi, da
parte loro, come l’ultimo anello della “catena”
cinema che parte dall’idea dell’autore, passa
per la realizzazione tecnica fino ad arrivare appunto alla
proiezione in sala.
Quali sono gli aspetti che hai maggiormente approfondito?
Ognuno dei protagonisti ha dato una sua particolare visione
della professione e di conseguenza della vita del cinematografo.
Sicuramente Armando che entra prepotentemente in scena dopo
i titoli di testa è un personaggio fortissimo, nonché
il “collante” tecnico del film. E’ capace,
in effetti, di elencarti tutti i modelli di proiettori d’ogni
periodo. Ma penso che tutti e cinque i protagonisti, con il
loro linguaggio colorito, abbiano dato un’idea di cosa
potesse essere il “luogo” cinematografo prima
e dopo la guerra.
Quanto sono durate le riprese?
All’incirca un anno, un po’ perché questa
è la costante di chi fa documentari lavorando sostanzialmente
a costo zero, un po’ perché in ogni caso il mio
approccio coi protagonisti è sempre stato piuttosto
morbido.
Voglio prima conoscere la persona, passare del tempo con lui
e solo successivamente accendere la telecamera.
Perché “Pazzi di cinema”?
Perché è proprio l’amore per il cinema
che li ha spinti a fare questo mestiere. Ci sono stati dei
momenti in cui quest’amore si percepiva molto.
Quando Romolo parla della copia del “Dottor Zivago”
che proiettò per sei mesi di seguito, sembrava quasi
che quel film lo avesse fatto lui, lo sentiva come qualcosa
di suo.
Stai lavorando a qualcos’altro?
Ho appena finito il montaggio di “Pazzi di cinema 2”,
incentrato questa volta sulla figura di un cineamatore bolognese,
Lino Reali.
Per contattare l’autore:
alfredocau@virgilio.it
Alfredo Cau
|